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5 Agosto 2026
AI ACT, DAL 2 AGOSTO 2026 È SCATTATO L’OBBLIGO PER LE AZIENDE DI RENDERE NOTO QUANDO UTILIZZANO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Chatbot, assistenti vocali, immagini e video creati con l’IA: da agosto le aziende che li usano dovranno renderlo evidente. Ecco cosa cambia:
Il 2 agosto 2026 è entrato in vigore l’articolo 50 dell’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale. Non riguarda i sistemi “ad alto rischio” (come quelli usati in sanità o nella selezione del personale), ma i sistemi che vengono utilizzati ormai da tutti nella la vita quotidiana. Un aspetto fondamentale nell’utilizzo dell’AI è LA TRASPARENZA. In pratica, chi sviluppa o usa un sistema di IA deve far capire in modo chiaro ed esplicito alle persone che li utilizzano che stanno interagendo con una macchina o che un contenuto è stato generato artificialmente.
Per chiarire come applicare la norma, la Commissione europea ha pubblicato delle Linee guida e una pagina di domande frequenti (FAQ), aggiornata al 24 luglio 2026, che sono consultabili per avere le idee più chiare in merito.
Cosa devono fare le aziende (i “fornitori”)?
Chi sviluppa un chatbot, un assistente virtuale o un avatar deve progettarlo in modo che l’utente capisca di parlare con un’IA, a meno che ciò non sia già ovvio dal contesto. Chi genera immagini, audio, video o testi con l’IA deve inoltre “marcare” questi contenuti con un segnale leggibile dalle macchine, così da renderli riconoscibili come artificiali.
Cosa devono fare le imprese e i professionisti che usano l’IA (i “deployer”)
Non solo chi crea i sistemi, ma anche chi li utilizza nella propria attività (aziende, pubbliche amministrazioni, liberi professionisti) ha degli obblighi:
- avvisare le persone quando vengono usati sistemi di riconoscimento delle emozioni o di categorizzazione biometrica;
- etichettare in modo chiaro i deepfake (immagini, audio o video manipolati che sembrano reali);
- etichettare i testi generati dall’IA e pubblicati su temi di interesse pubblico (politica, sanità, ambiente, sicurezza dei consumatori, ecc.), a meno che il testo sia passato da una vera revisione editoriale umana — non basta un semplice controllo ortografico.
Attenzione: se una persona usa l’IA per scopi privati (ad esempio per creare un deepfake da condividere sui social senza fini economici), la norma non si applica. Ma se lo fa nell’ambito della propria attività professionale, allora è considerata “deployer” e deve rispettare le regole.
Vi sono eccezioni? Sì: non serve avvisare se è già evidente che si sta interagendo con un’IA, e per quanto riguarda opere artistiche, satiriche o di fantasia con presenza di deepfake devono comunque riportare la segnalazione ma in modo che non disturbi la fruizione dell’opera.
Chi controlla e cosa si rischia
I controlli spettano principalmente alle autorità nazionali di vigilanza del mercato. Le sanzioni per chi non rispetta le regole possono arrivare fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale dell’azienda, con criteri di proporzionalità per PMI e piccole imprese a media capitalizzazione.
Per aiutare le aziende a dimostrare la conformità, la Commissione ha messo a punto anche un Codice di condotta volontario sulla trasparenza dei contenuti generati dall’IA: chi lo sottoscrive ha maggiore certezza giuridica, chi non lo fa dovrà dimostrare altrimenti di essere in regola.
